Nei post delle scorse settimane vi ho raccontato le caratteristiche che avrà l’auto del futuro, analizzandone una per una in un singolo post:
– Self-driving (almeno in parte);
– Condivisa;
Se sulle prime tre caratteristiche sembrano essere tutti concordi e procedere nella stessa direzione, sulla vettura condivisa sembrano esserci due correnti di pensiero.
Innanzitutto va definito cosa si intende per condivisa, perché anche una vettura di proprietà può essere condivisa con altri. In questo caso si parla di ride sharing.
Il ride sharing consiste nel condividere le spese di un viaggio in auto con qualcuno a cui do un passaggio. Se per esempio dovessi fare un viaggio verso Roma e mi trovassi in auto da solo, potrei postare una sorta di annuncio sui siti specializzati nell’incontro tra domanda e offerta tra chi ha l’esigenza di condividere il tragitto, vuoi per dividere i costi o semplicemente per compagnia, e tra chi è alla ricerca di un passaggio verso una determinata destinazione e vuole risparmiare.
In questo modo il passeggero pagherà una parte del viaggio, che io farò comunque, e contribuirà alle mie spese, consentendomi un risparmio. Nel caso del ride sharing quindi io metto a disposizione la mia vettura privata, di proprietà.
In questo modo il passeggero pagherà una parte del viaggio, che io farò comunque, e contribuirà alle mie spese, consentendomi un risparmio. Nel caso del ride sharing quindi io metto a disposizione la mia vettura privata, di proprietà.
Altra versione del ride sharing è il car pooling che consiste nel condividere il tragitto a bordo di una vettura personale più volte con le stesse persone, ad esempio nel tragitto casa-lavoro.
Altra cosa, invece, il car sharing che consiste nel prenotare una vettura, prelevandola e riportandola in un parcheggio e pagando in base all’utilizzo fatto (in genere temporale), come una sorta di autonoleggio a ore.
Una declinazione del car sharing è invece il car sharing peer-to-peer, ancora poco diffuso, che è la versione del car sharing tra privati, iscritti alla medesima piattaforma, di condivisione del proprio mezzo: sostanzialmente si presta l’auto.
C’è infine il noleggio auto con autista, alias Uber, che in futuro promette di darsi pure agli elicotteri.
Insomma, tutti questi servizi di sharing della mobilità hanno l’obiettivo di far superare il concetto di proprietà dell’auto in favore del concetto di utilizzo e sono offerti da società tech che, in pochi anni, hanno avuto un vero e proprio boom, basti pensare a BlaBlaCar (ride sharing), JobJob (car pooling) o Car2Go, di Daimler e DriveNow, di Bmw, (car sharing).
Le amministrazioni locali sono sempre più interessate a questi tipi di mobilità tanto da approvare regolamenti che ne favoriscono l’utilizzo: dai parcheggi riservati, alle strisce blu gratis, all’accesso alle ZTL.
Le amministrazioni locali sono sempre più interessate a questi tipi di mobilità tanto da approvare regolamenti che ne favoriscono l’utilizzo: dai parcheggi riservati, alle strisce blu gratis, all’accesso alle ZTL.
E le case auto? In tutto questo il rischio, che la maggior parte dei CEO non vuole correre, è quello di diventare fornitori di auto per servizi di mobilità, in parole povere, supplier dei grandi colossi tech.
L’anno scorso il volume d’affari generato dal settore auto è stato di 2.300 miliardi di dollari a livello mondiale, quello generato invece dai servizi di mobilità e trasporto è arrivato a 5.400 miliardi di dollari.
Ovvio che leggendo questi dati, nessun CEO vuole stare a guardare.
Ovvio che leggendo questi dati, nessun CEO vuole stare a guardare.
Ed ecco quindi che i colossi del settore auto, dal salone di Detroit, hanno annunciato i loro piani per il futuro, i quali prevedono di irrompere nel settore mobilità, non come supplier ma come player.
Partiamo da GM. Nei mesi scorsi aveva fatto notizia per l’acquisto della tecnologia della fallita Sidecar e per un accordo di investimento di 500 milioni in Lyft, una società californiana, specializzata in ride sharing peer-to-peer.
Lyft in poco tempo si è fatta strada come l’anti Uber, con una differenza però (baffi rosa sulle auto che forniscono il servizio a parte): è un servizio in cui il driver è un privato, che mette a disposizione la propria vettura per un passaggio tramite quella piattaforma (tipo Uber Pop).
Il passeggero tramite l’app invia la richiesta a Lyft che, effetuata un’analisi delle amicizie e interessi su FB, cerca di trovare un “match” perfetto tra driver e passeggero.
Lyft in poco tempo si è fatta strada come l’anti Uber, con una differenza però (baffi rosa sulle auto che forniscono il servizio a parte): è un servizio in cui il driver è un privato, che mette a disposizione la propria vettura per un passaggio tramite quella piattaforma (tipo Uber Pop).
Il passeggero tramite l’app invia la richiesta a Lyft che, effetuata un’analisi delle amicizie e interessi su FB, cerca di trovare un “match” perfetto tra driver e passeggero.
GM crede in questa azienda (non solo perché i baffi rosa fanno sorridere) e vuole mettere a disposizione il proprio know-how nel campo della guida autonoma in cambio della tecnologia di Lyft.
Non contenta però, due giorni fa, Mary Barra, CEO GM, ha annunciato l’arrivo di Maven, una nuova piattaforma di mobilità individuale con annesso car sharing.
Per ora è in test in una cittadina del Michigan dove c’è un’università molto attiva e ricettiva dal punto di vista della mobilità alternativa. Verranno messi a disposizione degli studenti diversi tipi di vetture, dall’utilitaria Spark, al “suvvone” Tahoe con prezzi da 6$ l’ora a 84$ al giorno. Tramite l’app sarà possibile localizzare la vettura, sbloccare le serrature o accendere il preriscaldamento (in Michigan gli inverni sono freddi) da remoto.
Altra casa molto attenta al concetto di mobilità alternativa è Ford che al salone di Detroit tramite il CEO Mark Fields ha annunciato il Ford Smart Mobility che prevede lo sviluppo di 25 progetti di mobilità alternativa, dal car sharing, anche peer-to-peer, al ride sharing, ad app per il pagamento del parchimetro direttamente dall’auto. L’obiettivo è quello di creare una sorta di marketplace con applicazioni, come i-Tunes di Apple, che si chiamerà Ford Pass.
Non tutti i costruttori la pensano così però. C’è una voce fuori dal coro. Si tratta di Carl Ghosn, il CEO di Renault-Nissan.
Secondo Ghosn, la mobilità condivisa non avrà il boom che tutti si aspettano a causa proprio della tecnologia stessa, che se da un lato rende immediata la condivisione dell’auto, anche personale, dall’altro permetterà di trasformare le auto in un bene estremamente personalizzato in base alle nostre esigenze, come è oggi lo smartphone, con applicazioni, mail, foto, dati sensibili, bancari e perché no di controllo della domotica. Proprio per questo, secondo Ghosn, saremo così gelosi della nostra auto che non solo non avremo la minima voglia di condividerla, ma ancora meno di rinunciare al concetto di proprietà.
E voi? Da che parte state? Sharing moblity o personal car?



